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GIU
Michele Caivano aka Fortunecat | Web marketing | Discussione
Oggi parliamo di crowdsourcing, uno dei termini più usati e abusati dell’ultimo periodo. Cerchiamo di discuterne senza ricadere nel solito luogo comune.
Il crowdsourcing nasce da un concetto apparentemente molto elevato, quello di “intelligenza collettiva”. Tutti i grandi progetti web degli ultimi anni hanno dovuto in un modo o nell’altro strutturare il proprio rapporto con le community e con il naturale impulso partecipativo e collaborativo che le community possiedono.
Pensate ai grandi progetti open source, come quelli relativi alle varie distribuzioni di linux. Per sviluppare un sistema operativo occorrono delle conoscenze notevoli di programmazione, una mole di lavoro enorme oltre che un immenso sforzo per coordinare tutti i soggetti in gioco.
Questi aspetti sembrerebbero costituire degli ostacoli insormontabili eppure di distribuzioni di linux ce ne sono tantissime. Perché?
La risposta è nella crowd, nella “folla”
In termini semplici. Ho un problema che richiede il lavoro di 100 esperti. Mi affaccio alla finestra e vedo che là fuori ci sono 100’000 esperti. Se chiedo aiuto a tutti loro, almeno 100 disposti a darmi una mano riuscirò a trovarne, no?
Wikipedia funziona esattamente in questo modo. Per la realizzazione di un’enciclopedia servono migliaia di persone, ma su Wikipedia chiunque può contribuire.
Detto così sembra che il crowdsourcing soddisfi solo un’esigenza di recruiting da parte delle imprese. In realtà c’è molto, molto di più.
Ci stiamo dimenticando la seconda parte del termine crowdsourcing
Crowdsourcing infatti deriva dalla somma di crowd + outsourcing. Un’azienda fa outsourcing quando esternalizza una propria attività.
Esempio: Il processo “A”, anzichè essere compiuto da me all’interno dell’impresa viene delegato ad altri, all’esterno dell’impresa stessa.
Lo step successivo è: perché un’azienda sente il bisogno di esternalizzare? Il motivo è quasi sempre soltanto uno: per abbattere i costi.
La crowd, la folla non riesce ad avere una visione d’insieme. Quando scrivete un articolo su Wikipedia state contribuendo anche alla ricchezza personale del fondatore Jimmy Wales. Ma quanti di voi conoscono questo piccolo dettaglio?
Se un editore volesse creare un’enciclopedia simile pagando i contributi degli utenti quando dovrebbe spendere?
Tanto. Tantissimo. E invece gli ignari utenti di Wikipedia fanno tutto gratis.
E sia chiaro, non ho niente contro Wikipedia (per quanto non ne abbia mai condiviso l’idea di fondo). E’ solo che quando sento parlare di “bene dell’umanità”, ecc… mi viene sempre qualche sospetto. ![]()
Quando le imprese si rivolgono alla folla puntano proprio su questo aspetto, sulla mancanza di consapevolezza. Tutti i lavoratori sono più deboli quando non sono consapevoli della propria condizione, e quale miglior bersaglio allora di un lavoratore che non sa neanche di essere tale?
Quando partecipi e contribuisci allo sviluppo delle community stai lavorando, solo che non lo sai.
Il crowdsourcing è il male quindi?
No, non è il male assoluto. Ci sono tanti esempi positivi, come il giornalismo partecipativo. L’importante è avere bene a mente che nessuno fa niente per niente.
Google ti permette di caricare dei video su YouTube perché grazie ai tuoi video avrà degli utili. Google però ti offre un servizio, se non ci fosse YouTube dovresti acquistare un hosting. Quindi complessivamente lo scambio può dirsi equo.
Ma fai attenzione. Perché là fuori ci sono tante persone che fanno un uso sistematico del crowdsourcing senza offrire niente in cambio. Vogliamo fare qualche esempio tutto italiano?
Basta dare un’occhiata alle varie community di web marketing. Vi siete mai accorti che uno stesso utente si iscrive a tutti i forum di settore e pone la stessa domanda in tutti, e dico in tutti i forum?
Il vantaggio è evidente. Sommando le risposte di tutti i moderatori (pescando nel mucchio, potremmo dire) l’utente approfittatore riesce ad ottenere una consulenza che altrimenti pagherebbe fior di quattrini.
E non è finita qui. Con quelle conoscenze che gli sono state regalate si farà anche bello agli occhi di un potenziale cliente.
Ecco perchè ho cambiato la mia policy. Hai un sito amatoriale, un blog che curi per passione? Ti aiuto volentieri, perchè sono un blogger anch’io.
Il sito che mi chiedi di analizzare è di un cliente? L’aiuto è a pagamento. E fine della storia. ![]()
Conclusione
Quando qualcuno ti chiede di collaborare in nome dello spirito di gruppo, della community o per il bene dell’umanità sta provando più o meno indirettamente ad “usarti”.
Il crowdsourcing è una strategia aziendale. E le aziende sono a fine di lucro. Quindi il crowdsourcing è una strategia che ha come fine il lucro (non tuo, ma dell’azienda). Non dimenticartelo mai.
Alla prossima. ![]()