14
SET
Scritto da Fortunecat in Comunicazione
Dopo aver letto un post di Francesco Tinti aggiungo alcune considerazioni…
Lo scopo della comunicazione è – banalmente – comunicare. Sembra ovvio.
Ma se riflettiamo un momento sulla parola comunicare ci accorgiamo che questo verbo ha un complemento oggetto e un complemento di termine. Si comunica qualcosa a qualcuno.
L’avvento dei motori di ricerca e dei sistemi “algoritmici” di reperimento delle informazioni ha di fatto abolito il termine della comunicazione.
Come giustamente fa notare Francesco, quella operata dai motori di ricerca è quindi una selezione quasi darwiniana, che ha di fatto determinato il successo di un modello che con l’informazione ha poco a che fare.
Ci si dimentica che dietro l’informazione c’è sempre una persona. E una persona vera non può essere tematizzata. Le persone divagano. A volte ritornano sui propri passi e riprendono vecchi argomenti, altre volte no.
Invece per avere visibilità bisogna scrivere spesso, anche se non si ha nulla da dire. Tematizzare, anche a costo di dire banalità.
Ma non è solo un problema di mancanza di contenuti.
Il sistema attuale consente ad autori senza scrupoli di ignorare completamente il rapporto con l’utente finale. Al posto dell’utente il target diventa l’impersonale algoritmo del motore di ricerca.
Persino la presenza sui social network diventa impersonale, se la persona con cui fingiamo di conversare è solo quel numero in più che ci consente di vantarci dicendo: “guarda ho 400 amici”, “guarda ho 500 followers”…
La smodata ricerca di visibilità può portare anche a risultati paradossali come la vendita di amici su Facebook.
La visibilità ottenuta in questo modo serve davvero?
E’ vero, forse oggi non si scrive più per trasmettere ad altri le nostre conoscenze o le nostre opinioni. Ma sono ottimista, e la personale risposta che do a questa domanda è no. Visibilità non vuol dire fiducia, e senza fiducia non si possono conquistare nuovi lettori, amici o clienti.
Avere più visitatori non significa essere più autorevoli.
E se incontrate blogger che si preoccupano solo della visibilità, non vi arrabbiate con loro. Forse non si sono ancora resi conto che – in fondo – parlare ad un algoritmo è un po’ come parlare al muro.
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2 Commenti
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Io scrivo un blog vivendolo come alternativa al blocco appunti, non mi interessano le statistiche di replies e trackback; però non direi mai che ’scrivo per me stessa’. Volente o nolente, in rete sono combattuta tra vergogna e narcisismo, con il desiderio costante di essere apprezzata o utile a qualcuno.
Spesso parlo al muro ma sono consapevole del fatto che non tutti hanno voglia e tempo per ringraziamenti, apprezzamenti, insulti, critiche costruttive. La domanda nasce spontanea: sarò noiosa io, o sarà che l’attività verbale è tutta incanalata su Facebook e simili? Sarà che questi siti risvegliano le opinioni in massa proprio perché ci si fa forti del consenso ‘popolare’ degli amici veri e fittizi?
Stiamo ancora parlando di social network o piuttosto di social mirror, vetrine in cui palesare passioni, idiosincrasie, affetti e conoscenze soltanto per quotarsi nel ranking delle homepage altrui?!?
Non penso sia tu ad essere noiosa. E temo che alla fine anche la comunicazione su facebook sia per molti più simulata che reale. Hai centrato il punto, il termine che hai usato “social mirror“, rende perfettamente l’idea.